Podbielski Contemporary presenta la mostra collettiva delle studentesse di Fotografia dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, a cura di Andrea Tinterri
OPENING | martedì 16 giugno, h 18.00 – 21.00
Via Maroncelli 11, Milano
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© Claudia Gentile, Costellazioni imperfette #3
Cosa rimane della fotografia, del suo statuto, della sua storia? Forse quello che è sempre stata, un rumore diffuso che si palesa nella sua forma incerta, volutamente ambigua, come lo sono i profili delle nuvole.
La selezione dei progetti delle studentesse del corso magistrale in Fotografia dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, guidate da Carlo Valsecchi, dimostra come la fotografia si confermi un linguaggio permeabile e duttile, un territorio forse vulnerabile i cui limiti è difficile tracciare. Ma direi nulla di nuovo rispetto a tutto ciò che, soprattutto negli ultimi anni ma non solo, la ricerca metafografica e postfotografica ha voluto dimostrare, o comunque suggerire dilatando il concetto stesso di fotografico. Interessante invece capire come questa duttilità linguistica assecondi traiettorie di ricerca molto distanti tra loro, tracciando un panorama difficilmente etichettabile. Ad emergere è un rumore di fondo che accoglie e imprigiona altri suoni, una moltitudine di deviazioni acustiche. Poche sono le corrispondenze o i rimandi nelle ricerche di Claudia Gentile, Alice Fidone, Melissa Arena, Viola Manfrini, Flavia Andrea Pili, come se l’autonomia fosse un valore da preservare a tutti i costi o forse la semplice conseguenza di un esercizio affrancatosi dall’ideologia del presente.
E partirei proprio da qui, dalle omissioni o apparenti tali, da quella cronaca politica che sembra rimanere ai margini della ricerca, forse in favore di uno sguardo pronto ad accogliere i propri conflitti, le proprie contraddizioni e portarli alla luce, come doni salvifici.
È il proprio corpo o quello di perfetti sconosciuti, in alcuni casi, ad indicare la direzione. Come nel lavoro Costellazioni imperfette di Claudia Gentile, in cui le imperfezioni del corpo rivelano una vulnerabilità che si fa paesaggio stellare, una galassia privata ma capace di aprirsi al mondo. La fotografia trasfigura la superficie, le lacune, i difetti cutanei, virati in negativo, si fanno apparizioni straordinarie, epifanie luminose.
Anche Alessia Abbenante nel video e nelle fotografie del progetto Emissione fototonica Ultradebole esplora il corpo ma nella sua massima manifestazione di piacere, nell’orgasmo che si fa esperienza assoluta, di luce e movimento. Abbenante si confronta con un immaginario fotografico e video informale, affiorano alcune sperimentazioni di Nino Migliori, l’astrazione di Luigi Veronesi, ma in questo caso l’attenzione non è metalinguistica, il tentativo è dare forma al desiderio, tradurlo in immagine.
Ed è ancora il corpo ad esprimere la propria presenza in Beyond time di Alice Fidone, l’artista recupera vecchie fotografie abbandonate e seziona lo spazio dell’immagine in cui una stretta di mano diventa gesto universale, anonimo e collettivo. Sulla scia della tradizione che vede l’archivio e la fotografia vernacolare pretesto per una risignificazione dell’immagine stessa, potremmo ricordare il lavoro Joachim Schmid o quello di Erik Kessels, Fidone compie un’operazione semplice, puntuale, isolando un solo gesto innesca una condivisione reiterata, quasi becheriana, potenzialmente infinita, ma senza perdere l’unicità dell’azione, la sua eccezionalità.
Ma forse neanche l’esoscheletro del corpo, seppur nella sua accezione più espansa, può essere una traccia condivisa, una bussola attraverso cui orientarsi in questo arcipelago progettuale. E quindi è giusto perdersi, abbandonare il desiderio di una sistematizzazione del pensiero e accogliere la differenza, come condizione necessaria alla ricerca.
In questa deriva Melissa Arena affonda nella pratica online del ASMR, ossia un esercizio di rilassamento tramite stimoli uditivi e visivi. Arena, fotografa e soprattutto riprende oggetti testimoni di questa pratica in modo ravvicinato, smarrendone i confini e le fattezze. Rimangono immagini in movimento e suoni che, svuotati della loro funzione originaria, sembrano ribaltare la funzione stessa del ASMR, suggerendoci un senso di ansia crescente.
E disorientarsi forse è necessario, è quella condizione propedeutica al dubbio, a quella fase della ricerca in cui nulla è ancora stabile e forse mai lo dovrebbe essere. E quale luogo se non il bosco, quale migliore labirinto naturale? Viola Manfrini in Sistema Nemeton, ripercorrendo la storia di riti pagani e antichi druidi, isola steli d’alberi su sfondi neri e al contempo un fumo denso confonde lo sguardo. La fotografia diventa strumento rivelatore, quasi magico, forse una forma iniziatica di conoscenza. Qualcosa che possa aiutare a comprendere o confondere, la distanza è solo apparente.
Diverso ancora il paesaggio di Magic box di Flavia Andrea Pili, un affondo metafotografico per comprendere la fragilità della rappresentazione, la sua vulnerabile e ambigua natura. Pili proietta immagini su superfici, lasciando che queste si adattino allo spazio, alle sue storture, alle sue deviazioni, per poi riportarle alla bidimensionalità della carta stampata. Dall’evanescenza della luce alla tangibilità del supporto, una forma di traduzione in cui il paesaggio è solo un facile pretesto.
E forse la fotografia stessa è un pretesto e l’apparente distanza dalla contingenza del mondo, da quel presente che ci sentiamo addosso come un sudario, è un modo per fare un passo indietro e affacciarsi nuovamente da quella finestra di Le Gras, per nuovi esercizi dello sguardo.
Andrea Tinterri